20.04.2020, Ieri a Ponteacco.

   L’autorizzazione ad effettuare piccoli spostamenti nel raggio dei 500 metri da casa, muniti di mascherina indossata, ha vivacizzato relativamente il paese. Più di qualcuno si è avventurato lungo la ciclo-pedonale fermandosi tra Ponteacco e Sorzento per poi tornare indietro. Qualcuno ha eseguito più volte, di corsa,  lo stesso tragitto e fino a Tiglio. È stata una bella giornata di primavera avanzata, fino a sera quando è subentrata la variabilità con la progressiva copertura del cielo. Le campane hanno suonato per Remigio Iussa, da anni assente dal paese, ma sempre rimasto affezionato ai suoi luoghi, ai suoi amici. Il funerale si celebrerà oggi. Con l’assenza pressoché totale di traffico sulla statale abbiamo riscoperto il canto di migliaia di uccelli che popolano il nostro territorio. Più di qualcuno ha notato l’assenza di scie lasciate dagli aeromobili. Sicuramente questa serrata generale ha contribuito a migliorare e preservare l’ambiente. Auguriamo una buona settimana ringraziando per la lettura delle nostre rubriche.  

19.04.2020, La ferratura del cavallo.

   Era un’operazione complessa, che richiedeva molta esperienza e gli attrezzi idonei. I chiodi battuti nello zoccolo del cavallo per fermare il ferro non dovevano sfiorare i terminali nervosi della zampa dell’equino, pena una sua reazione inaspettata che poteva essere un pericoloso scalcio, rischioso per chi stava eseguendo l’operazione. Guido Manig era un esperto di animali, era diventato un autentico consulente per i casi più difficili, che riguardavano tutti gli animali domestici. Conosceva le cure, i rimedi necessari per salvare la vita di una mucca dal parto difficile, di un maiale considerato a buon ragione il salvadanaio della famiglia. Molte persone raggiungevano Ponteacco per ferrare il proprio cavallo grazie all’esperienza di Guido. Un bel giorno –dice la leggenda- un facoltoso signore raggiunse l’officina di Guido per sostituire i ferri degli zoccoli, attese e pagò il servizio lasciandogli una mancia. Il signore se ne andò e Guido raggiunse in un minuto l’osteria della Diana, sulla Gorìza. Ordinò un litro di vino e sei bicchieri. Si sistemò vicino alla finestra della sala, quella che dà sulla piazza. Dopo parecchi minuti passati da solo a sorseggiare il vino dal suo bicchiere si rivolse alla Diana dicendole: «Po ben, mi hanno promesso che sarebbero venuti» e Diana: «Na stùajse bat, Guido, na prìde nobèdan» (Non ti preoccupare, Guido, non verrà nessuno). A Guido non rimase altro che finire molto volentieri il litro di vino lasciando ben puliti i restanti cinque bicchieri.

18.04.2020, Stato sociale o asociale?

   «Lo Stato non è la soluzione, è il problema», questo è quanto sosteneva negli anni Ottanta Ronald Reagan. Da quella frase sono partite le politiche neoliberiste, che hanno poi attecchito negli USA e in Occidente. Una cura dimagrante con tagli scellerati alla sanità, alla scuola, all’università, ai trasporti e ai beni comuni. E in Italia o in UE stiamo bene, a parte il pesante debito pubblico che gli italiani hanno sul groppone. Questa teoria, liberista, seguita dalla pratica, è stata un brutto errore e l’emergenza sanitaria ci ha fornito la prova. Un nostro affezionato socio lombardo ci dice che molte vite potrebbero essere state salvate in Lombardia se non fossero stati chiusi gli ospedali per favorire le cliniche private. Tutti i governi che hanno aderito alle scellerate parole di Reagan oggi investono ancora risorse immani per fronteggiare l’emergenza e per fortuna che c’è il servizio sanitario! Il cosiddetto “Welfare-State”, lo Stato sociale, ritrova la sua importanza, inventato nel Novecento per rendere effettiva l’eguaglianza, per soddisfare una domanda di giustizia. In America si sceglie chi guarire, passa il paziente con un buon conto corrente e chi ha più di 80 anni ed è privo di requisiti espressi in dollari, è escluso dalle cure. Spesso ci dimentichiamo di poter contare su uno Stato sociale. Ci dimentichiamo perché se digitiamo su Google “Stato sociale”, fra i primi 10 risultati 9 riguardano una band musicale.

17.04.2020, Severità in chiesa (3/3).

Il parroco di Antro mal tollerava la contaminazione dei suoi giovani parrocchiani con “quelli” di Ponteacco, considerati un esempio deleterio per la loro formazione educativa. Libertini, “comunisti”, secondo lui erano un insulto all’Acqua santa. Don Valter, successivamente decorato al valor militare, era riuscito a procurarsi un cannocchiale dell’Esercito. Le domeniche pomeriggio d’estate dopo i Vesperi, le trascorreva sul campanile di Antro, all’altezza delle campane, ad osservare “quell’inferno” che si svolgeva sulle spiagge del Natisone. Non c’era vegetazione e la visuale andava dal ponte di Tiglio al Mulino. La domenica successiva dal pulpito era pronunciato pubblicamente il nome e il cognome delle “sgualdrine” e dei “mascalzoni” che sguazzavano senza timor di Dio. Fece clamore in tutte le Valli quando denunciò per atti osceni in pubblico due giovani di Biacis, “colpevoli” insieme ai ponteacchesi di aver fatto il bagno con un costume che non arrivava al ginocchio. Il Procuratore della Pretura di Cividale accolse la denuncia del parroco e i due furono condannati. Uno di questi ebbe concrete difficoltà per ottenere il porto d’armi del fucile da caccia.

16.04.2020, Severità in chiesa (2/3).

   Ci siamo già occupati della severità, oggi impensabile, di don Walter, parroco di Antro. Uomo possente, dotato di voce baritonale, severo, con alcuni, severissimo e anche manesco con altri, comunque dotato di grande fede. Incuteva timore ai suoi parrocchiani, ma anche ai numerosi ponteacchesi che si recavano ad Antro un paio di volte all’anno. Un nostro socio di Tarcetta ci ha raccontato episodi a lui capitati, che oggi potrebbero rientrare senz’ombra di dubbio in concreti reati. Ma quelli erano i tempi e i contesti. Parliamo del periodo compreso tra gli anni ’50 e metà degli anni ’60. Tutte le famiglie della parrocchia di Antro (Spagnut, Biacis, Cras, Tarcetta, Antro, Pegliano, Spignon e Coliessa) dovevano consegnare al parroco poco prima di Natale una “amza” (prosciutto della zampa anteriore del maiale”), un “socòl” (ossocollo) e uno o più salami. I pochi che hanno avuto il privilegio di entrare nella vasta cantina della canonica di Antro, raccontavano di lunghe file doppie o triple di salami piccoli-medi-grandi, di ossocolli piccoli-medi-grandi … Più generosa era l’offerta, più la famiglia godeva di stima o privilegi.

15.04.2020, Severità in chiesa (1/3).

Quattro volte all’anno la messa domenicale di Ponteacco era celebrata da un sacerdote esterno e una volta al mese dal parroco, mentre le restanti domeniche dal cappellano. I quattro appuntamenti speciali vedevano la presenza di don Di Giusto, rettore dell’austero collegio di San Pietro al Natisone, di don Paolino Venuti fratello del parroco, di don Walter di Antro e di un altro sacerdote a rotazione, che poteva essere di Azzida, Brischis, Lasiz o Vernasso. Quella domenica, così come per le messe delle domeniche con il parroco, la presenza in chiesa era quanto mai consigliata. Le assenze non giustificate potevano essere rischiose e causare difficoltà per trovare il posto di lavoro, forse anche la promozione scolastica. Appena il parroco parcheggiava la sua auto tra l’osteria e la cappella, un velocissimo tam-tam correva per il paese e tutti lasciavano gli attrezzi usati in quel momento per raggiungere la chiesa velocemente, possibilmente mentre suonavano ancora per la seconda e ultima volta le campane della chiamata. Il nome degli assenti era citato durante la predica: nome, cognome con qualche breve considerazione! Le quattro domeniche speciali erano caratterizzate dalla sontuosità dell’appuntamento, spesso costituito da prediche monumentali, della durata di oltre mezz’ora. Anche il parroco (monsignor Bertoni o monsignor Venuti, subentrato al primo) amava i lunghi sermoni, seguiti da gente sempre più distratta man mano che i minuti scorrevano. Quando il sacerdote esagerava in discorsi prolungati o astratti, il nostro paese possedeva due sistemi di “avvertimento, “di tagliare” rivolti al parroco: la sedia di Emaz, usata solo da lui in quanto altrimenti chiusa con catenella e lucchetto, che iniziava a cigolare sempre più insistentemente, oppure i ripetuti colpi di tosse del colonnello Doro (nonno di Lorenzo e Giovanni), rumori che annunciavano inequivocabilmente che il tempo era scaduto.   

14.04.2020, Pasqua e Pasquetta a Ponteacco.

Pasqua e Pasquetta a Ponteacco.

Un tempo Pasqua e Pasquetta si trascorrevano a Tarcetta. La bella sagra paesana richiamava molta gente da tutte le Valli. Era tradizionale il pic-nic sui prati di Coliessa, Pegliano e Spignon: ci sono molte foto di gruppo che lo testimoniano. Il Lunedì dell’Angelo si partiva a piedi da Ponteacco e si raggiungeva la Grotta di San Giovanni d’Antro. Ieri e l’altro ieri abbiamo trascorso due feste importanti nella più totale tranquillità: tutti a casa. È come se un velo mesto fosse calato sulle Valli, sul nostro paese. Pasquetta è sempre stata la giornata dedicata alle uscite: pensiamo le centinaia di moto o di bici che scorrevano sulla statale. Ieri il vuoto, nessuna auto, nessun ciclista, nessun centauro. Parleremo per anni e anni di questo periodo, delle conseguenze causate dall’epidemia, delle modifiche alle nostre abitudini. Anche le prossime feste del 25 aprile e del 1° maggio sfumeranno in niente e c’erano persone in paese che avevano organizzato piccole gite e viaggi. Ci ritroveremo con qualche chilo in più, con i capelli lunghi, aspettando con pazienza il prossimo 04 maggio che dovrebbe restituirci la libertà, seppur ancora parziale. Buona settimana!

11.04.2020, È bello lavorare da casa, ma… (2/2).

Abbiamo chiesto un giudizio della nuova forma di lavoro. Le quattro persone hanno apprezzato la novità che comunque in sé ha dei limiti anche se, una volta dimostrato che si può lavorare da casa, sarà sensibile il risparmio in termini di tempo e benzina con indubbi benefici per l’ambiente. Prendiamo il settore scolastico: oggi gran parte delle riunioni si possono svolgere su Skype o WhatsApp. Lavorare da casa ha qualche limite: ci vogliono spazi adatti, non è affatto vero che si lavori di meno. C’è lo svantaggio che si è “disturbati” dal tran-tran della famiglia, c’è chi non sopporta di lavorare in solitudine, mentre altri dicono che il silenzio e la quiete  sono gli ingredienti necessari per sviluppare idee migliori. Il lavoro da casa è felicità, anche se solitario durante il giorno, con l’aspettativa di compagnia serale. Ora che siamo prigionieri in casa e ciò che manca a chi lavora da casa o a chi non ha questa fortuna, è la compagnia. Da ora in poi lo “smart-work” sarà forse la norma, ma diventerà accettabile soltanto se si potrà uscire la sera.