Un “Data Center” è una struttura fisica che serve a far funzionare internet, app e servizi digitali. In Regione ne abbiamo alcuni a Palmanova (in costruzione), a Trieste e a Pordenone. Oggi molti paesi, regioni e sindaci dicono di no alla costruzione nei propri territori di “Data Center”, quelli grandi (Big Data), non è per essere contro alla tecnologia, ma per i costi che rimangono sul territorio. Un Data Center grande consuma come una città di 50-80.000 abitanti. Sempre, 24 ore su 24. In Irlanda hanno dovuto bloccare le nuove costruzioni attorno a Dublino perché arrivavano a usare il 20% di tutta l’elettricità nazionale. In Olanda, in alcune province è stato dato lo stop per lo stesso motivo. La rete locale non regge e il prezzo della luce sale per tutti. Per raffreddare i server serve acqua e ne può bere 1-5 milioni di litri al giorno, come migliaia di famiglie. In Spagna, Cile, Arizona e anche in Italia le proteste nascono durante la siccità: “L’acqua per i chip o per i campi?” Inoltre, un Data Center occupa 10-20 ettari e, una volta costruito, ci lavorano 30-80 persone, quasi tutti tecnici specializzati da fuori. Il comune perde terreno agricolo o industriale e in cambio non ha occupazione, ma ha più rumore, generatori diesel di emergenza e traffico di cantiere. Spesso le società chiedono energia a prezzo agevolato e sgravi fiscali per 10-15 anni. Molti stati non li vietano del tutto, ma hanno posto dei vincoli di costruzione: solo dove c’è davvero energia rinnovabile in eccesso, solo se riutilizzate il calore per riscaldare case o serre, solo se portate acqua vostra. In pratica: non basta più dire “porto innovazione”, ora devono dimostrare che lasciano più di quello che prendono.
