22.11.2021, Ieri al Centro

   È tempo di chiodini. Numerosi appassionati della ricerca di funghi si sono addentrati nei boschi, lungo i sentieri più accessibili e il risultato è ottimo. Tanti funghi da guastare in mille modi. La giornata di ieri è trascorsa nella massima tranquillità, visto anche il tempo non dei migliori, con una fitta nebbia nel corso della notte tra sabato e domenica. le condizioni del tempo saranno ad una svolta soprattutto da giovedì in poi, con caratteristiche in linea alla stagione, dopo un periodo di autentica primavera. Buono il turno di Lorenzo che, da solo, ha acceso la stufa, ha acquistato i giornali, ha preparato qualche stuzzichino e ha gestito un discreto numero di soci presenti in sala. Siamo tutti vaccinati, lo sappiamo per (quasi) certo, ma si può fare di più sul fronte della prevenzione, specie nelle sale chiuse come la nostra. Si dice: “Sperin ben!” e con quest’augurio ci rivolgiamo ai soci per una nuova settimana carica di soddisfazioni.

21.11.2021, Vax – no vax (1/2)

Nessuno avrebbe mai immaginato che l’epidemia avesse avuto la capacità di spaccare in due la società e a volte anche le stesse famiglie. Accade anche in paese tra pro-vax e no-vax. Le distanze tra i due fronti sono assai pronunciate. Poi, da una parte ci sono i catastrofisti che vedono nero dappertutto; loro pensano che gli ingressi nei luoghi comuni saranno una catastrofe, la didattica a distanza sarà la morte della scuola e la nascita di una generazione di semi-analfabeti, che il vaccino ci farà morire prima e che l’obbligo del certificato verde è un attentato alle libertà. E lo sottolineano a Trieste, Monaco, Vienna, Lubiana, Milano, Gorizia. Dall’altra parte c’è una maggioranza forse un po’ più silenziosa, che ha risposto con il proprio senso civico al cambiamento delle abitudini imposto dall’emergenza, che vede il lavoro da casa come un’occasione di crescita tecnologica e sociale. In paese ci sono un paio di studenti universitari che considerano le lezioni metà in presenza/metà in distanza come un vantaggio irripetibile …

20.11.2021, Gli amuleti (2/2)

   Anche le piante hanno avuto, soprattutto in passato, grande attenzione per invocare la buona sorte. Si parla di “magia verde” perché si preparavano con esse polveri, rimedi, medicamenti usaati sia dalle guaritrici che dai guaritori e curatori di campagna. C’erano piante particolari, autentici amuleti, con le quali si facevano tisane e bevande o pozioni magiche, a volte preparati anche da potenziali streghe. C’erano piante repulsive dei diavoli, tra queste l’aglio, la ruta, il sambuco, l’assenzio, la rosa comune, l’ortica, il rosmarino, ognuna dotata di poteri repulsivi. Il quadrivio delle Lovinza, dietro casa Mattelig, era il luogo dove si praticavano riti esoterici per liberare parti del corpo dall’insidia del male. La persona pronunciava parole incomprensibili e versava sul punto dolente parte del liquido contenuto nel koràz (mestolo). Qualcuno teneva in camera una mela cotogna o spighe di lavanda per scongiurare gli incubi notturni. Si tratta di un mondo molto complesso, che sconfinava in riti pagani, naturalmente avversati dalla Chiesa.

20.11.2021, Gli amuleti (1/2)

Sono oggetti “rispettati”, di piccole dimensioni ritenuti capaci di preservare, prevenire, respingere e combattere gli influssi negativi, i malanni e le disgrazie. Molte persone sensibili tutt’oggi ne collezionano o, quando si fanno le grandi pulizie di casa, li conservano con l’ormai solito pensiero del “non si sa mai”. Sono strumenti in grado di creare resistenza alle inside del male, della sventura, quindi un rimedio pratico che oppone positività a negatività, una specie di trappola nascosta che intende contrastare le avversità. Anche in paese si ricordano molte persone dotate di oggetti che aiutano la buona sorte. La credenza popolare attribuisce ancor oggi una specie di energia soprannaturale, capace di proibire il negativo. Primeggiano gli amuleti di carattere sacro nella convinzione che essi, intrisi di potere divino, siano in grado di contrastare efficacemente le ostilità della cattiva sorte. Ancor oggi, sempre durante la pulizia di cassetti e armadi, si fa fatica a gettare un santino, una riproduzione di immagine sacra, che a pieno titolo rientrano nell’elenco degli amuleti, che oltre a religiosi, riguardano un’infinita oggettistica priva di impronta sacra, ma di forte carica magica ed esoterica. Potenti amuleti materiali erano considerati i metalli, soprattutto oggetti di ferro, ritenuto molto importante per il magnetismo. Anche il legno aveva le sue virtù salvifiche: le verghe di nocciolo e di betulla erano utilizzate per battere gli indumenti che potevano essere intrisi di stregonerie, ma anche per difendere il bestiame. Con legni particolari si costruivano le croci delle Rogazioni primaverili, con tutta la simbologia legata a quella cerimonia. Anche il bosso era considerato un amuleto. È un legno molto duro con il quale si preparavano i rosari.

18.11.2021, Il bacio della Croce

   La nostra chiesa è dotata di una preziosa croce d’argento del XVI secolo che stupì, per la sua bellezza, anche l’arcivescovo in visita da noi nel 2013. Era adorata nei secoli dopo che la Chiesa istituì le parrocchie, affiancandole alla preesistente suddivisione del territorio friulano in pievi. Si istituiva così il “Bacio della Croce” un rito particolarmente sentito dai fedeli. Ecco come fu descritta la cerimonia secondo il rituale aquileiese:  “… Ogni comunità cristiana, rappresentata dalla sua croce astile decorata con nastri multicolori, donati dalle spose dell’anno, si raduna e rende omaggio alla propria croce sfiorandola con un bacio simbolico …”. Dopo la cerimonia i fedeli si avviano ai propri posti per partecipare alla messa in ASE-Antico slavo ecclesiastico, mentre nel resto della regione la messa era celebrata in lingua friulana. La descrizione è una sintesi efficace dello svolgimento, delle motivazioni e del significato comunemente percepito di una cerimonia molto seguita. Il significato precipuo di questa cerimonia consisteva nel riconoscimento della chiesa di Aquileia come “matrice” da parte delle chiese ad essa sottoposte. Si poneva l’accento sul significato giurisdizionale della vasta area ecclesiastica aquileiese unito alla solennità etnico-religiosa. Questo gesto, questa funzione che si celebrava il giorno dell’Ascensione rappresentava la fratellanza tra le varie parrocchie e l’idea di appartenenza a una identità ben precisa, valligiana. Anche Tiglio aveva la propria Croce. La chiesa di San Luca era un punto di riferimento per le prime popolazioni della Valle. Secondo i dati a disposizione, per molti anni fu anche l’unico cimitero della valle.

17.11.2021, I luoghi del ballo (2/2)

   È interessante ripercorrere a sommi capi alcuni episodi della storia del ballo. La capitale delle danze era naturalmente Udine nella cui piazza San Cristoforo era montato un palco dove per molti giorni d’estate si esibivano piccoli complessi. Anche la Gorizia austriaca attirava molte persone dalle Valli per la grande festa di Sant’Ignazio e San Vito dove i balli duravano fino a notte fonda, dove si potevano assaggiare gustosi salsicciotti e dove gli organizzatori devolvevano i guadagni in beneficenza. Il ballo della festa di San Giovanni, in borgo Carinzia, fu vietato all’ultimo momento poiché gli organizzatori erano persone poco raccomandabili e dedite all’alcol. La Chiesa per secoli ha continuato a condannare la frenesia del ballo come fonte del peccato e del vizio, soprattutto per le donne che avevano il “potere di provocare l’uomo” e di indurlo nel peccato. Tuttavia i fedeli intimoriti non rinunciavano a fare i tradizionali quattro salti, a costi di rischiare tremendi commenti a fine festa. Rimane nella storia del ballo la sagra dei santi Pietro e Paolo a San Pietro al Natisone, agli inizi del secolo scorso. Numerose coppie ballavano allegramente la “ziguzaine”. Tutte le coppie si fermarono al suono dell’Avemaria e, insieme ai suonatori, si inginocchiarono e pregarono per devozione. Altri invece protestarono per la licenziosità delle coppie e firmarono con la croce, in quanto analfabeti, un appello al prefetto contro uno scandaloso ballo pubblico tenuto in paese proprio in occasione della festa patronale.

16.11.2021, I luoghi del ballo (1/2)

   Il ballo popolare nelle Valli ha avuto luogo soprattutto all’aperto, in occasione dei numerosi “senjàn”, le feste di paese che riempivano i calendari dell’estate. Ponteacco era un po’ più fortunato perché possedeva un’autentica sala, abbastanza capace, dove si svolgevano piccoli veglioni con musica di fisarmoniche, violino e basso. La sala era collocata al piano superiore della cantina di Olinto e si accedeva dalla scala in pietra, ad uso comune a quel tempo con la dependance di casa Santo (oggi). Il ballo era una cosa un po’ complicata da eseguire perché la Chiesa si è sempre messa di mezzo, mal tollerando le rare opportunità di svago delle ragazze, tenute a vivere nel timor di Dio. Dopo il ‘500 e il ‘600, il ballo popolare aveva accesso in qualche dimora di benestanti e dalla fine del ‘700 o inizi dell’’800 in occasione del Carnevale, anche come effetto della Rivoluzione francese, che allentò i vincoli di classe. Nel 1910 arrivò anche da noi la polka e la mazurka che rivoluzionò il divertimento sul “brejar”, la pista da ballo. In quel periodo il valzer iniziava a far capolino, mentre i tango fu decisamente osteggiato dal mondo ecclesiastico in quanto necessitava di un contatto più concreto tra i ballerini. Rischiava la scomunica l’organizzatore che allestiva i palco e la pista da ballo davanti ai portici della chiesa e una multa salata se la manifestazione avveniva durante le epidemie o le guerre. Le cose non andavano diversamente nel resto del Friuli dove si crearono delle organizzazione specializzate dell’organizzare i balli all’aperto. Le sagre erano l’autentica occasione per girare di paese in paese, per lanciare qualche proposta d’amore alla ballerina che si muoveva costantemente sotto l’occhio vigile della mamma, ferma e immobile a bordo pista. Poi, sul più bello e non molto dopo le 22:30, già a casa. Anche nei tempi passati le feste dovevano essere autorizzate.

15.11.2021, Ieri al Centro

   «E se il FVG dovesse passare in zona gialla?», questo è uno degli argomenti trattati nelle discussioni di ieri al Centro, dove i soci si sono soffermati per un aperitivo e per una partita a carte. Molto apprezzato il turno di Marzia che non si è fermata un attimo dalle 11 alle 13, consueto orario di punta. E sì, perché impressiona il fatto che la nostra regione sia tra le peggiori in fatto di contagio. L’incidenza sta preoccupando anche le Valli e l’assembramento a un funerale di Savogna l’altro ieri, certamente non contribuisce all’allontanamento del virus. Stiamo rischiando molto e le concause sono note: l’Est sotto pandemia i cui livelli sono da tutti inaccettabili, le dimostrazioni “no-vax” di Trieste, Udine e Gorizia, con poche o nulle precauzioni dei partecipanti. Ieri si è discusso un po’ di tutto: dalle prossime vacanze di Natale a improbabili viaggi. La porta del Centro si è chiusa poco dopo le 13:00 per lasciare domenica prossima il posto a Lorenzo. Come di consueto, giunga il nostro augurio di una buona settimana.

14.11.2021, Un’appetitosa pastasciutta

    Nell’ambito dell’attività venatoria delle Valli degli anni ’70, la squadra di Ponteacco godeva di una certa notorietà. Capitanata per molto tempo da Sergio Mattelig, la squadra si distingueva anche per il rigore morale dei suoi membri. Sembrerebbe un controsenso, ma erano rispettosi della natura e delle complesse disposizioni che regolavano e regolano tutt’ora quell’attività. Non esisteva bracconaggio, raramente qualcuno posizionava trappole e lacci, pur non essendo proprio tutti degli stinchi di santo. La squadra si riuniva il sabato e stabiliva i percorsi da seguire il giorno dopo, tra i boschi a ridosso del paese, dalle Makota al confine con la riserva di Savogna. Succedeva che durante qualche battuta, l’esito era negativo e per i 10 cacciatori del paese iniziavano le operazioni di rientro verso le proprie case. Molto spesso vinti da un appetito lancinante, si ritrovavano a Pechinie per uno spuntino. La borgata, divisa al tempo tra Superiore e Inferiore, oggi è tristemente disabitata. In quei tempi c’era un’osteria, che apriva quando c’era gente. Più volte è capitato che il gruppo, ai piedi dell’edificio, gridasse: «Maria, pui dol ki nam skuhas pastu (Maria vieni giù che ci prepari la pasta» e lei: «A ja, nìaman nič … /sì, ma non ho niente…)». Erano tutte scuse. Maria scendeva, apriva l’osteria e preparava gli spaghetti con un sugo molto “originale”: due scatolette di carne Simmental e un po’ di conserva di pomodoro. Oggi farebbe venire i brividi, ma in questi tempi, per i nostri dieci affamati era un’autentica delizia.

13.11.2021, Gli “over 65” sono una risorsa

   Un signore del 1957 ha detto a uno del 1956, in coda davanti alla latteria di San Pietro al Natisone: «Beh, per quei due o tre anni che ci rimangono da vivere…» E anche a Ponteacco, come nel resto delle Valli, di ultra 65enni ce ne sono. Per molti sarà una consolazione? Ebbene, la chiamano “silver economy” (economia d’argento) e rappresenta l’indotto economico che ruota attorno alle persone ultra 65enni, un’economia che nel 2025 varrà milioni e milioni di euro e genererà in EU occupazione per 80.000 persone. Gli ultra 65enni rappresentano un enorme potenziale economico e uno spazio di mercato innovativo. Riguarda una fascia che ha smesso di lavorare, ma economicamente è molto attiva. Il 65enne medio friulano ha una casa di proprietà, buone disponibilità finanziarie, tempo per aiutare i familiari e coltivare i propri interessi. Fa sport, si dedica al volontariato, se può viaggia. Tutto questo genera un flusso economico che, misurato su scala globale, avrebbe una portata equivalente a quella di una potenza economica. In Friuli si osserva quanto siano cambiate le abitudini degli ultra 65enni (“La Vita cattolica” di due numeri fa) negli ultimi anni: la spesa per le prestazioni sanitarie resta la più ingente, ma sono aumentate quelle per trasporti, cultura e tempo libero. I nuovi anziani frequentano musei, monumenti, mostre e musei. Si tratta di una fascia della popolazione quanto mai attiva, dove la produzione della calzetta sulla sedia a dondolo può certamente aspettare. E molto.